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mercoledì 5 gennaio 2011

Il male che può fare la sofferenza

Cari lettori,
ringrazio tutti per gli attestati di stima e i complimenti per il post precedente. Ringrazio i lettori abituali, tra i quali Alessandra G., alla quale faccio tanti auguri di buon compleanno - e i lettori saltuari che capitano qui per caso.
Mi piacerebbe dire che la sofferenza è un dono, e che ci rende tutti uniti, migliori e più empatici verso chi soffre, ma non è la verità. Non tutti funzioniamo così.
Certe persone quando entrano a contatto con la sofferenza ne divengono accecate, si chiudono in se stesse, nel loro dolore, e non lasciano entrare nessuno. Tutti gli altri problemi, qualsiasi conforto o parola diventa inutile e controproducente, perchè queste persone, divenute cieche dal dolore, vi dicono apertamente che "non si libereranno mai di quel dolore", e che "non possono più smettere di soffrire, perchè il ricordo di ciò che è accaduto è troppo grande, indimenticabile". Potete provare a convincerle che esistono forme di terapia formidabili, che liberano dai ricordi traumatici in poche sedute, ma queste persone vi diranno che loro "non vogliono dimenticare", o che non possono e non potranno mai smettere di soffrire.
Che fare dunque?
Esiste una condizione in psicologia che si chiama "helplessness", tradotto significa "inaiutabilità". L'esperimento venne fatto da Seligman negli anni 60. Egli scoprì che un cane posto in una gabbia con il pavimento elettrificato nel quale non c'è possibilità di fuga o di controllare la scarica, inizialmente cerca di sottrarsi alla scossa in tutti i modi, ma poi, quando vede che non c'è scampo, si corica su un lato e si lascia morire. Smette di combattere e attende la morte. E adotta lo stesso comportamento anche quando si para davanti una via di uscita, o quando la scossa termina. Il cane non reagisce, e mostra dei chiari segni di depressione cronica.
L'essere umano grossomodo funziona così, ma con un'alta variabilità del comportamento. Si è visto che le persone propense al pessimismo sono più propense a diventare helplessness, e apprendono questo comportamento, anche solo vedendo altre persone che mostrano comportamenti simili. Chi è convinto che non ce la farà mai, che il futuro è uno schifo, che nessuno lo potrà mai aiutare, e che non c'è soluzione al suo stato tranne col suicidio, è rinchiuso nella barricata della sofferenza, che Seligman ha chiamato Helplessness, inaiutabilità. Queste persone non si lasciano aiutare, non hanno la forza di combattere e si rifiutano di farlo. Potete minacciarle, persuaderle, ma non funziona nulla con loro; ed è la sofferenza che li ha resi così: non più empatici, non c'è nessuna energia, solo un muro e totale indifferenza verso chiunque stia attorno.

Ho visto oggi una madre che era in visita  dalla figlia 15enne che si sta riprendendo da un gravissimo incidente in scooter, figlia ancora ricoverata presso uno degli ospedali dove lavoro. Io passo saltuariamente quasi ogni settimana per salutarla e vedere come sta, anche se è ricoverata in un reparto che non è il mio, perchè me la sono presa a cuore. Oggi ho scoperto che è migliorata molto: parla, muove le gambe, è più espressiva, ma proprio non si ricorda di me, malgrado sia andato più volte a tenerle la mano e a raccontare qualche storia divertente, quando ancora lei faceva con la testa solo sì e no, e aveva la tracheotomia. Per la madre invece il caso è disperato, e non sono riuscito a convincerla a farsi aiutare da me. La madre è in una totale e perenne condizione di inaiutabilità: nessuno le restituirà la figlia com'era prima, non importa i miglioramenti che potrà fare, non importa che il primario le dia delle grandi speranze, non importa che io stesso abbia visto oggi una ragazzina che stentavo a riconoscere, quanto è migliorata.
Questo è il male che può fare la sofferenza. La sofferenza rende alcune persone insensibili, dure, inaiutabili.

Per questo post, tolgo il campanello. quando sarò riuscito a trovare una soluzione anche per queste persone, lo rimetterò.

Dr. Delogu