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sabato 24 gennaio 2015

Una riflessione sul tradimento

Cari lettori,
la bellissima serata di ieri  a Cagliari all'evento del Salotto piccante, organizzata brillantemente da Michela Pisu e Valentina Neri, nella quale ero ospite in qualità di psicologo psicoterapeuta, mi dà oggi l'ispirazione per parlarvi in maniera particolare del tradimento. Sembra strano, ma esiste un solo caso dove il tradimento, per contratto, è permesso da una parte sola.
Si può tradire un collega per un vantaggio personale, un amico per una donna, la Patria per ideologia, il partner per un piacere personale. Sono tutti tradimenti, ma di tipo diverso, e tutti implicano l'infrangere un patto tra due persone. In certi casi l'alleanza è talmente forte che in tutte le culture l'unione tra due persone che si amano viene consacrata a Dio, e in tutti gli eserciti mondiali, l'alto tradimento viene punito con l'ergastolo, o, dove prevista, la pena capitale. Questo per dire che si uccide e si muore per aver subìto un tradimento, non necessariamente in senso fisico, ma di sicuro interiore. Giuda si impiccò per aver tradito Cristo, con un bacio, per 30 denari (Matteo, 26,14-16).
Nella mia esperienza di clinico ho conosciuto persone incapaci di restare fedeli a un partner, ma io aggiungerei incapaci di restare fedeli a qualunque cosa all'infuori di se stessi.
Ho conosciuto persone che hanno tradito perché le relazioni che vivevano erano troppo negative e troppo dolorose da cambiare. Dietro diverse separazioni spesso c'è un amante nascosto che dà il coraggio di chiudere una relazione -penso alle donne maltrattate-
Altri che hanno tradito una moglie perché non provavano più niente per lei, e si sono sentiti "liberi" da ogni legame, autorizzati a guardare altrove, senza condividere questa scelta con la consorte, naturalmente, anzi, nascondendolo nella maggiorate dei casi.
Altri che invece erano a un passo dal tradimento, ma si sono tirati indietro. Questa fattispecie è una dinamica psicologica ben nota, sulla quale è stato ideato un format televisivo tutto italiano che compie oggi 9 anni e uno share di tutto rispetto del 16%.
Prendete delle coppie consolidate, separate i componenti e metteteli in gruppi con altre persone interessate a loro. Sarà solo questione di tempo prima che nasca una certa intimità tra due estranei, uno dei quali fidanzato/a. Inutile essere rigidi su questo punto: il format va avanti perché si innescano naturalmente queste dinamiche, malgrado i buoni propositi iniziali di fedeltà. Quello che fa la differenza è la scelta della persona di mettere o meno un freno alla relazione nascente. E questo vale per qualunque relazione umana che abbia determinate implicazioni. Prendere un caffè con una persona con la quale sentiamo che c'è un'intesa ha una implicazione. Cominciare a scriversi sms di nascosto ha un'implicazione maggiore. Incontrarsi più o meno "per caso" è una strada che si sceglie di seguire per i motivi più disparati, ma che alza l'asticella delle implicazioni e del coinvolgimento con l'altro.  E' una strada che i traditori conoscono bene, e i non traditori/trici fiutano da lontano.
L'intimità va creata attivamente, passo-passo, non si crea per generazione spontanea. Quindi no, non ci sono scuse del tipo "è successo", ma "ho voluto che succedesse".
E infine esiste una sola relazione dove il tradimento fa parte della relazione, ed è ammessa solo da una parte: la relazione terapeutica.
Nella relazione terapeutica si stringe una alleanza terapeutica, si lavora insieme per raggiungere un obiettivo concordato. Il terapeuta che accetta di prendersi in carico un paziente non può sparire nel nulla a metà percorso, non rispondere al telefono senza dare spiegazioni. Il codice deontologico parla chiaro sulla presa in carico della persona.
Ma chi si rivolge al terapeuta invece è libero da ogni vincolo. Può abbandonare la terapia anche se non è conclusa, e non si sentirà mai tradito dal terapeuta, che rimarrà come una sorta di Totem sulla montagna. 
Ma il terapeuta può sentirsi tradito dal paziente che lo molla?
Dipende dalla personalità del terapeuta, ma posso dire in generale che non è un buon segno se questo accade, perché significa investire affettivamente troppo su una persona che dovremmo aiutare, e questo influisce negativamente sul rapporto terapeutico perché fa perdere l'obiettività. Serve la giusta dose con flessibilità, come il sale in cucina.
La pratica clinica e soprattutto l'esperienza aiutano a vivere la terapia nel qui e ora, impostando un lavoro nel medio termine, ma lavorando come se ogni seduta fosse l'ultima. 
Accettare una persona, nel mio lavoro, significa non giudicarla e accettare anche che questa potrebbe scegliere di prendersi una pausa o non venire più in terapia.
Accettare senza giudicare, come il totem sulla montagna.

Dott. Delogu