Ipnosi e psicoterapia a Cagliari

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martedì 6 febbraio 2018

Psicoterapia efficace? Problema risolto? Dipende.

Care lettrici e lettori,
nel corso degli anni mi sono interrogato su cosa rende una psicoterapia efficace ed efficiente, o inefficace e inefficiente.
Facciamo una distinzione per chiarirci, con un esempio pratico:
Ho il problema che non riesco a prendere l'ascensore, mi sale un'ansia che mi attanaglia e son costretto a uscire. Il problema è che mi hanno cambiato di ufficio, e l'attuale sta al 9° piano. Farmi 9 piani a piedi 4 volte al giorno diventa impraticabile. Quindi sono andato dal medico di base, il quale mi ha prescritto delle gocce, che non mi fanno niente. Ho aumentato il dosaggio dietro suo consiglio, ma in ascensore non ci salgo nemmeno sotto tortura. Quindi mi ha suggerito di andare da uno psicologo. E vabeh. Mi hanno fatto un nome, ci vado, la prima cosa che chiedo è "quanto ci metto", e mi son sentito dire che son cose lunghe, anni. Anni?!? Ma io devo andare a lavoro domani! 

Questo primo problema riguarda l'efficienza. Un conto è risolvere un problema del genere in 8 sedute, ossia 2 mesi di terapia, altro paio di maniche è dire di risolverlo, se va bene in 2 anni.
Ma proseguiamo con le vicissitudini del nostro amico.

Vabeh, mi dico, proviamo. Vado, vado, vado, parlo parlo parlo, quella mi consiglia qualche libro, mi dice qualcosa, ma in ascensore non ci salgo lo stesso. Però nel frattempo trovo un "collega di scale", un matto che lavora al 10° piano e si allena per le maratone. Gli ho parlato del mio problema e mi ha detto "saliamo insieme". Reggo i primi due piani al suo ritmo, poi mi molla, ma nel pomeriggio lo ritrovo e ci riprovo. Va a finire che farò le maratone anch'io. 
Riferisco queste cose alla psicologa, che mi dice: "benissimo, un successo della terapia, si sta sbloccando socialmente. E accenna a cose tipo "vantaggio secondario del sintomo", che poco capisco. Francamente ogni tanto mi perdo quando inizia i suoi monologhi. 

E' passato un anno di terapia e sto meglio di prima. La psicologa parla di "enormi progressi", e in effetti le cose sono cambiate, ma non saprei se per merito della terapia o dell'andamento della vita in sé. Ho scoperto che per le scale ci vanno vari colleghi per i motivi più svariati, e gli incontri sono sempre piacevoli. Quando non c'è nessuno cerco di farmi tutti i piani di corsa, do filo da torcere al collega del 10°. Per quanto tempo dovrò andare ancora in terapia? La psicologa su questo è vaga e non sa darmi una risposta. 
Ho capito che c'è un legame tra paura dell'ascensore e incontro con gli altri. Inizio a pensare che se in ascensore c'è altra gente, potrebbe andare meglio, ma se fossi solo? E lì nuovamente mi blocco. 

Questo secondo punto riguarda l'efficacia della terapia. La terapia ha risolto il problema? Il tipo è riuscito a salire in ascensore senza problemi? No. Quindi la terapia è stata inefficace.
E' vero però che c'è stato un miglioramento dello stato generale, ma dato da un adattamento della persona al sintomo. Salendo a piedi era inevitabile che incontrasse persone, e che trovasse una motivazione altra nel salire che andasse al di là del viversela come trasportare la croce sul Golgota. Perdere peso? Fare a gara col collega? Fare 2 chiacchiere con chi sale e scende? Cronometrarsi come sfida? Ascoltare musica nel frattempo? Tutte modalità di adattamento funzionale al sintomo.
Adottando un comportamento evitante, il nostro amico sta ovviamente bene, o meglio rispetto all'inizio, ma ha ristretto il campo della sua comfort zone. Cosa succederebbe se gli venisse una crisi d'ansia mentre sale le scale?  Quante probabilità esistono che questa eventualità accada?
Nella mia esperienza, alte probabilità.


E' passato un anno e mezzo che faccio terapia, ormai mi rendo conto che la seduta si ripete con una modalità sempre identica. "Come è andata la settimana? Lavoro? Colleghi? Famiglia? ", la aggiorno sulle novità, ma non è molto diverso da parlare con un amico. Faccio un ultimo tentativo dicendole che il problema non si è mosso di un millimetro, al di là dei miglioramenti su altre aree, e mi risponde col monologo che ci vuole tempo, bisogna sviscerare, analizzare. 
Ma io di analizzare sono sinceramente stanco. Più stanco che di fare le scale. 
Cara dottoressa, non fissiamo l'appuntamento, nel caso mi farò sentire io.

Esistono psicoterapeuti che conducono la terapia in questa maniera, terapie strutturate in questa maniera, e altri terapeuti e terapie fatte di un'altra pasta.
Il grosso problema è che pazienti disillusi in questa maniera relativamente alla psicoterapia, con estrema difficoltà si affideranno a un terapeuta, anche se fatto di un'altra pasta.
Quest'ultimo avrà una sola chance: lavorare su obiettivi a brevissimo termine (entro le 5 sedute) e segnare un successo dietro l'altro. Ossia essere efficace ed efficiente.
Quanti colleghi accoglierebbero una sfida del genere?
Già immagino la risposta dei detrattori: "la psicoterapia non è una sfida ma un processo".
Io rispondo così: meglio per il paziente se il terapeuta è competitivo e prende il suo lavoro come una sfida. Di gran lunga meglio per lui, perché sarebbe uno che sta sempre sul pezzo e non si arrende mai.
Non finisce qui.

A presto sentirci.

Dott. Delogu