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mercoledì 2 novembre 2016

Quando anch'io ero un paziente...

Care lettrici e lettori,
Il mio lavoro di psicoterapeuta va ben oltre l'aver studiato dei libri. A mio avviso una persona molto ricca interiormente può dare un enorme contributo al risultato terapeutico. Quindi la psicoterapia è anche tecnica, metodo, strategia, ma non può e non deve essere solo questo.  Per questa ragione oggi voglio raccontarvi una storia: vi parlerò di quando all'età di 14 anni venni mandato da mia madre da una psicoterapeuta sua amica. Inizia bene la cosa? No, non inizia bene, per una dinamica che prende il nome di "triangolazione", ma guardate cosa accadde.
La prima seduta mi accolse stringendomi la mano e presentandosi col suo nome. In quell'andito mi chiesi subito se fosse casa sua, e con sollievo stabilii che non era un'abitazione. Ampio studio, libreria bianca piena di libri, scrivania da una parte e 2 sedie in vimini e un tavolino tondo con un abat-jour sopra.  Non mi sedetti mai alla scrivania, il setting aveva uno stile anglosassone con le poltrone tipo salotto.
Andrò al sodo: la persona non mi piaceva e mi metteva a disagio, per non dire in certi momenti proprio in difficoltà. All'inizio mi sorrideva troppo e fuori contesto, con un che di artefatto.
Più in generale la percepivo troppo distante da me, e certe volte avevo la sensazione che non capisse certe mie difficoltà - o meglio non riusciva a entrare proprio nel problema. Tuttavia ebbe delle intuizioni degne di nota, e, nonostante certi atteggiamenti o comportamenti che destarono in me qualche perplessità, influenzò in modo positivo la mia situazione. Sembrerà un paradosso, ma sono certo che sia stato molto più utile il lavoro che faceva a mia insaputa, magari coi miei familiari- di quello che faceva direttamente con me. Non ha cambiato me, ha cambiato la situazione attorno a me coinvolgendo me di riflesso, di questo ne ho la certezza.
Siccome mentre parlavo, la psico passava gran parte del tempo a scrivere su un quadernone, un giorno le chiesi cosa avesse scritto e se potesse farmelo leggere. Ebbene, ricordo che abbozzò una risposta, chiuse di scatto il quaderno e da quel giorno non scrisse più davanti a me, né vidi più quel quaderno giallo.  Perché scrivere di fronte a me per poi nascondermi il contenuto?

La mia non vuole essere un'analisi comparativa di quella terapia o terapeuta, ma mettere in risalto come il grande anello mancante era la relazione. Non mi serviva una persona che mi facesse una lezione sull'empatia, ma una persona che mi capisse e facesse squadra con me, che diventasse il mio "insegnante di chitarra".

Cos'ho imparato da questa esperienza?
Che quando mi chiama una persona la aiuto come se dovessi aiutare mio fratello o mio figlio. Ci penso e la porto con me ogni giorno. Cerco di essere sempre disponibile, e dico sempre a tutti di chiamarmi se hanno bisogno, perché per me è importante sapere che se uno vuole può farlo. Ho capito cosa vuol dire non sentirsi capiti, quali sono le mosse che fanno suonare i campanelli d'allarme negli altri, perché in me hanno suonato.
Ho capito che non far leggere a qualcuno qualcosa che scrivi di fronte a lui, è una pessima cosa da fare, ma non serviva un genio per arrivarci.
E, cosa più importante, ho capito che per essere un buon terapeuta devi aver fatto tante esperienze, per imparare anche dalle cose più semplici -come suonare una nota su un violino- qualcosa che possa aiutare la persona che abbiamo davanti. Questo per me è la psicoterapia.

Dott. Delogu