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venerdì 12 dicembre 2014

Infanticidio. Mamme che uccidono i figli: cosa accade nella loro mente?

Cari lettori e lettrici,
mi ha colpito molto la vicenda (una tra le varie di questo periodo) di Bussana, che ha visto come protagonista la ragazza russa Natalia Sotnikova, rea di aver ucciso il proprio figlio di 9 mesi alle prime ore del mattino nuotando fino a largo con lui nel marsupio (era un'esperta nuotatrice), e abbandonando il bambino - ormai morto annegato - in balìa del mare aperto, allontanandosi apposta per chilometri dalla riva per non farlo trovare (fonte: ansa). Al di là dei dettagli, della colpevolezza ammessa dalla donna, dei testimoni che l'hanno vista andare col bambino e tornare senza coi capelli bagnati, la riflessione che vorrei condividere con voi vorrei desse qualche risposta alla seguente domanda: perché? 
C'è una certa immagine da cartone di Walt Disney, complice le pubblicità della Chicco, una scenetta dove gli uccellini cinguettano e la mamma e il neonato si rispecchiano l'una negli occhi dell'altro con infinito amore. E lì il tempo si ferma, in un riconoscimento reciproco amalgamato da coccole e carezze, un idillio con violini e flauti nel sottofondo. Questa immagine di un neonato pacifico e amorevole che dorme, mangia e ogni tanto fa pupù, rimane nell'immaginario collettivo, ed è parte del problema. 
Cosa succede se una neomamma con queste aspettative si ritrova invece un neonato che grida disperato, si dimena, non la riconosce, e fa il contrario di quanto viene mostrato nelle pubblicità di passeggini? 
Il sogno si infrange e inizia, a seconda della mamma, una vero incubo. 
Non tutte le mamme sono uguali, e non tutti i bambini sono uguali. Ci sono i neonati che hanno un temperamento mansueto, altri che sono molto movimentati, si annoiano facilmente, hanno il pianto facile e una generale tendenza verso la lamentosità, forse perché poco o troppo stimolati e un'infinità di altri motivi). Neonati che NON stanno dove i genitori li lasciano (per esempio nella carrozzina), ma che fanno il diavolo a 4 se li si costringe. Alla faccia del neonato con gli occhi color cielo che dorme beato nella pubblicità.
Tutti i neonati mettono a dura prova la mamma, che se non ha una rete sociale di supporto ben salda, persone che le diano supporto o semplicemente il cambio per farsi una doccia, corre il rischio di trovarsi col neonato urlante totalmente sola, isolata, annientata dalla stanchezza e dalla privazione di sonno. A lungo andare questo porta a una situazione di rottura di un equilibrio precedente. A seconda del fatto che la mamma desiderasse davvero il bambino o meno, la propria capacità di gestione della frustrazione, la presenza (vera, non solo fisica) di un marito/partner, questa rottura può portare alcune mamme verso la progettazione di un infanticidio, un modo estremo, istintivo, irrazionale per eliminare la causa di tutti i propri mali. 
Così semplice? No, come potrete leggere in un'inchiesta di Panorama, molte madri provano suicidarsi, riuscendoci, per il terribile, schiacciante, devastante senso di vuoto e di colpa. 

Qualsiasi neonato va gestito con amore, e l'amore viene dall'istinto materno e dal nostro vissuto. Ci sono donne che provano un istintivo richiamo di accudimento verso un neonato, specie se piange (il pianto del neonato è una richiesta di aiuto multiculturale), altre che lo avvertono molto meno, o avvertono invece un senso di repulsione. Una parziale consapevolezza di cosa significa avere un figlio costituisce parte del problema. 

Ci sono donne estremamente autonome, emancipate, che viaggiano sull'onda di una carriera da scalare. Un figlio per una giovane mamma significa limitare enormemente la propria autonomia, smettere di fare cose semplici come andare al cinema o fare jogging perché bisogna allattare, accudire, giocare, cullare, cambiare pannolini etc. etc. Alcune direbbero fanno rientrare queste cose nella categoria "amare il proprio figlio", altre nella categoria di "cose da fare", il che denota il diverso approccio emotivo. 
Rimandare per mesi viaggi, uscite serali, cene in ristorante o bloccare una carriera, a seconda del temperamento del neonato e della mamma, per certe persone è intollerabile e avere un neonato viene vissuto come un intralcio. Scoprire l'altra faccia della medaglia quando è troppo tardi: questa è un'altra parte del problema. 
Unite i puntini, e verrà fuori il profilo di una persona alle strette che decide in modo consapevole di sbarazzarsi di una scelta di cui sta pagando molto care le conseguenze, con l'illusione di riacquistare la tranquillità e l'autonomia di prima. 
Grande errore: si può fuggire da una minaccia, dal luogo di un incidente, ma non dall'essere madre. Non c'è luogo al mondo che possa farci dimenticare questa consapevolezza. 
La spiegazione data agli inquirenti dalla benestante Natalia Sotnikova chiude il quadro: temeva che il bambino fosse schizofrenico come la nonna, e voleva risparmiargli una vita così. 
Così, senza alcuna prova medica o accertamento, semplicemente per il fatto che aveva iniziato a piangere in modo ingestibile, facendo superare a Natalia quella linea di rottura di equilibrio interiore che l'ha portata a compiere un atto orribile. Complice un'immaturità e incapacità affettiva, e una ridotta consapevolezza di cosa significa la maternità. 
Qundi no, non è spiegabile tutto sempre e solo con la depressione. Ci sono altre ragioni.
Se volete ne riparleremo in un altro post. 

Dott. Delogu