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martedì 6 dicembre 2016

Dimagrire: perché è dannatamente complicato?

L'altro giorno sentivo per la strada una signora sui 60 anni che parlava con altre persone dicendo "io faccio una dieta, ma ai dolci non riesco proprio a resistere, è più forte di me". Questi altri, forse vedendo l'età della signora, forse per mancanza di formazione specifica, o più come escamotage per zittirla, minimizzavano la cosa con un "eh va beh, capita... succede... ognuno ha la sua...".
Ebbene signori, quella povera signora riferiva di una attrazione irresistibile verso il dolce, tecnicamente detto craving. Per capirci, il tossico che avverte un richiamo fortissimo per l'eroina (gergalmente "scimmia" o "botta") è la descrizione di cos'è il craving.
Un tipo di attrazione patologica del genere le si può avere per le sostanze da strada,  ma anche per il gioco d'azzardo, internet, i social network.
Ma cosa succede quando questo avviene per il cibo?
Ve lo spiego così: una persona (di sesso femminile nella maggiorate dei casi) segue una dieta, privandosi del piacere del cibo entra in uno stato di tensione. Col passare del tempo questo stato interiore aumenta finché non scatta all'improvviso questa voglia irresistibile di mangiare un determinato alimento (generalmente dolci o carboidrati). Nel momento in cui si cede alla tentazione, le possibilità sono diverse: la persona ne mangia un po' e si ferma, oppure si abbuffa malamente perdendo totalmente il controllo. Il tipo di fame, è importante da capire, non è una fame fisiologica, ma una fame mentale. Solitamente queste persone si abbuffano dopo cena, quando hanno seguito perfettamente la dieta con le giuste calorie e gli alimenti pesati. Un comportamento in totale contraddizione coi propositi razionali.

Ciò che capita dopo è che la persona si sente terribilmente in colpa, sente di aver fatto qualcosa di sbagliato. A quel punto o si tiene il senso di colpa e si rimette a dieta, oppure mette in atto delle terribili condotte di eliminazione che hanno l'unico scopo di eliminare l'eccesso di calorie ingerite. Quindi si provocano il vomito, si ammazzano di attività fisica, talvolta assumono lassativi o diuretici. Quest'ultimo comportamento, caratterizzato da normopeso, abbuffate compulsive e condotte di eliminazione, rientra in una diagnosi di bulimia.
Chiunque invochi la "mancanza di forza di volontà" non ha capito di cosa stiamo parlando. Queste persone possono avere una volontà d'acciaio in ambito lavorativo, ma cedere brutalmente sul fronte alimentare.
Dietro tutto ciò c'è un problema di tipo affettivo che viene riversato sul cibo. Per queste persone mangiare è più piacevole che per altre persone, perché si sentono gratificate a livello affettivo. Questa gratificazione alimentare va a colmare (senza riuscirsi) un vuoto affettivo generato da abbandoni, traumi, omissioni o violenze.
La dimensione culturale gioca ovviamente un ruolo importante nel declinare il disturbo secondo i canoni estetici attuali. Se il nostro canone estetico dominante fosse essere in sovrappeso, la bulimica non avrebbe più motivo di estinguere le abbuffate, che diventerebbero un comportamento positivo e funzionale. Tutto insomma cambierebbe, così come cambiano i disturbi da un secolo all'altro: le isteriche di Freud non esistono più lasciando spazio alle fibromialgiche.
In che modo l'ipnosi  e la psicoterapia ipnotica possono risolvere questo quadro in una terapia breve?
Lavorando sistematicamente su 2 livelli: mettendo in corto-circuito il sistema del piacere dato dalle abbuffate, convertendolo in disgusto. Allo stesso tempo lavorando su quel sistema di ricompensa affettiva, elaborando traumi del passato che hanno messo in atto questo genere di disturbo.
Il dopo consiste in un cambio radicale nella prospettiva del cibo, percezione del proprio corpo, impatto delle relazioni con gli altri. Perché non è pensabile modificare il rapporto col cibo in modo permanente lasciando inalterato tutto il resto.
Il disturbo alimentare rappresenta un sistema disfunzionale in equilibrio, e per modificare questo equilibrio è necessaria grande esperienza, intuito e capacità di adattamento da parte del terapeuta.
Se avete un problema del genere mettetevi nelle mani giuste, è il consiglio migliore che posso darvi.

Dott. Delogu