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venerdì 7 novembre 2014

Parlare in pubblico: un disastro? Ecco la soluzione.

Cari lettori,
ci sono in giro molti libri che, in teoria, insegnano a parlare in pubblico o a migliorare le proprie performance. Diversi di questi libri, a mio avviso, servono a chi è già bravo a gestire un pubblico, mentre a chi si trova nell'imbarazzo più totale danno delle indicazioni utili, ma mostrano il traguardo senza indicare passo-passo la strada da percorrere.
Io so cosa vuol dire avere la lucidità mentale ridotta al 30% per l'ansia, so cosa vuol dire inciampare nelle parole, entrare nel pallone ed essere disposti a tutto perché quel tormento finisca. E oggi, che ho una testa diversa, so cosa vuol dire non vedere l'ora di salire su quel palco.
Cos'è cambiato?  
Partiamo da qui: parlare in pubblico è molto di più che salire su un palco di fronte a delle persone, e fare un discorso. La stessa differenza che può esserci tra salire una rampa di scale, e salire sull'Everest.
Il vero nemico sono i nostri pensieri relativi all'evento che verrà, che hanno lo scopo di preservarci da un'esperienza negativa.  Una persona che ha paura di parlare in pubblico, comincerà a immaginare se stessa che davanti a tutti si dimentica cosa deve dire, si inceppa in silenzi assordanti, e immagina che chi la osserva comincerà a lamentarsi o a chiacchierare col vicino. Questa io la chiamo "autosuggestione negativa". In sostanza nella mente è scattato un meccanismo automatico che serve per metterci un freno, lo stesso meccanismo che scatterebbe se salissimo su un cornicione: una voce dentro di noi ci direbbe che cadremo e moriremo sul colpo, e ci intimerebbe di scendere. Seguire il pensiero significherebbe salvarsi, non seguirlo rischiare di morire.
La differenza che vorrei fosse chiara, è che questo meccanismo non fa differenze tra pericoli reali o relativi.
Esiste quindi una parte della nostra mente che ci rema contro, alimentando paure, insicurezze e preparandoci a una cocente delusione. Vedete come solo con queste premesse la strada verso il fallimento è già spianata, e siamo stati noi a farlo, non il pubblico.
Chi non vede l'ora di parlare in pubblico invece funziona diversamente: il suo cervello è sintonizzato su frequenze positive, che trasmettono sicurezza ed energia. Si sente in grado di affrontare qualunque imprevisto, e prepara al meglio le parti del suo discorso, con precisione ma lasciando ampio spazio alla creatività. L'ansia? C'è e ci deve essere, ma quella buona che ti tiene all'erta. Se non c'è ansia, significa che non ci importa nulla di quello che stiamo facendo, e la prestazione sarà "sloppy", sciatta, senza colore.
Ci sono persone che funzionano bene se hanno una scaletta precisa in mente, altri che collegano nuvole concettuali con ampie parti a braccio.
Entrambe le situazioni richiedono una conoscenza meticolosa dell'argomento.
Come si fa però a passare da uno stile di pensiero all'altro?
Qui entra in gioco l'ipnosi e un insieme di tecniche e strategie da adottare col terapeuta sulla base dei risultati. E' quindi un processo che si apprende, e non si può fare da soli. Anch'io ho avuto i miei maestri.
Per saper parlare bene in pubblico bisogna essere pronti a mettersi in gioco e superare il problema a qualsiasi costo. Parlare con una persona che conosciamo è facile. Parlare con una persona sconosciuta? Parlare con 2 persone sconosciute? Cosa sarà cambiato dentro di noi quando riusciremo senza difficoltà a fermare un gruppo di persone con un pretesto? Siamo disposti a metterci in gioco per risolvere il problema?
Vi ricordate la pubblicità della Vigorsol che davano tempo addietro?
Guardatela, e capirete che la strada che porta a parlare in pubblico è un processo graduale di cambiamento di noi stessi.
Cosa farebbe il ragazzino del video senza l'eschimese che gli fa da coatch e infine pronuncia il verdetto "you are ready!" ("sei pronto!")?
In un certo qual modo l'eschimese è lo psicoterapeuta, il ghiaccio è la paura.
Se deciderete che è giunto il momento per voi, io sono pronto - I am ready.

Dott. Delogu